VERSO IL TRICOLORE: MARCO VELO DA PANTANI A PETACCHI, MA IL TITOLO ITALIANO E’ UN’EMOZIONE UNICA
Da corridore a tecnico vincente dopo aver vestito la maglia di Campione Italiano

C’è chi il ciclismo lo lascia, e chi semplicemente cambia prospettiva. Marco Velo non ha mai smesso di pedalare, anche quando ha appeso la bici al chiodo. Da fidato luogotenente di Marco Pantani e Alessandro Petacchi a figura chiave del ciclismo moderno e del movimento italiano. Con lui ripercorreremo le tappe più significative della sua carriera, tracciando anche un parallelismo fra il ciclismo di una volta e quello di oggi, fatto di sfide per vecchie e nuove generazioni. Velo ha vestito la maglia tricolore di campione italiano a cronometro dal 1998 al 2000. Ecco il suo contributo in vista dei Tricolori FVG 2025.
Hai seguito le attività della Lega Ciclismo negli ultimi mesi? Che idea ti sei fatto del lavoro che sta portando avanti per valorizzare il ciclismo italiano e chi lo ha reso grande?
Sì, ho visto che la Lega si sta attivando con progetti interessanti, come la Coppa Italia delle Regioni, che rappresenta uno stimolo in più per i ciclisti e le cicliste italiane. È un mondo non facile, e ben vengano enti come la Lega che promuovono il movimento e portano anche un supporto economico, soprattutto nel femminile, dove il bisogno di gare è ancora forte.
Partiamo da un ricordo forte: qual è il momento più significativo della tua carriera da professionista?
Sicuramente l’approccio con Marco Pantani, dopo il Giro del Trentino 97. Mi venne chiesto di entrare a far parte della Mercatone Uno, con l’obiettivo di vincere Giro e Tour. Era impossibile rifiutare per un ragazzo come me, che era solo al secondo anno da professionista. È stata la svolta della mia carriera: sono rimasto al fianco di Pantani, diventando uno dei suoi uomini di fiducia, sia in corsa che in quel suo ultimo periodo buio. Purtroppo riuscì a fare con lui solamente il Giro d’Italia poiché un altro mio grande obiettivo per quell’anno era il Mondiale, e quindi decisi di non partecipare al Tour de France per arrivarci al meglio. Non feci parte di quella squadra ma per me era come se fossi lì con loro.
Cosa significa per te aver indossato la maglia di campione italiano? La senti ancora “tua”?
Indossare la maglia tricolore e ascoltare l’inno è qualcosa di unico, ti fa sentire sul tetto d’Italia. Nonostante la cronometro sia considerata meno rispetto alla disciplina in linea, è un titolo che ti guadagni con il sudore e il sacrificio, anche perché la considero uno dei gesti atletici più duri di questo sport. E poi, se vai piano a cronometro, difficilmente vinci le corse a tappe.
C’è una corsa o un rivale che ha segnato in modo particolare la tua carriera?
Più che un rivale, ti direi però proprio il Giro d’Italia del 1998 che feci con Pantani, quello mi ha dato tanto. La visibilità di Marco mi ha aiutato a crescere, ma in generale ho sempre cercato di interpretare il ruolo di uomo squadra nel modo migliore. Altra caratteristica che mi ha aiutato molto in carriera è stato il fatto di essere un corridore “camaleontico”: sono passato infatti da uomo di fiducia di Pantani nelle scalate a compagno di volata di Petacchi negli anni successivi. Con Alessandro in un anno vincemmo nove tappe e ottenemmo anche due secondi posti, ma era tutta la squadra ad essere fortissima, e grazie al lavoro di tutti riuscimmo a conquistare tappe anche con arrivi impegnativi. Supportare e talvolta sopportare Pantani e Petacchi: ecco, questa è stata la mia carriera.
Come hai vissuto il passaggio dalla vita da atleta a quella post-carriera? È stato difficile?
L’ho vissuto bene, anche se l’anno in cui ho smesso fu molto difficile. Faticavo sia negli allenamenti che in gara e con i medici non riuscivamo capire cos’è che non andasse, finché non scoprimmo della mononucleosi. Una volta smesso, mi venne proposto di fare il direttore sportivo full time, ma rifiutai perché avrebbe significato un impiego di tempo molto ampio e io invece sentivo il bisogno di dedicare più tempo alla famiglia. Accettai invece una collaborazione più leggera.
L’anno dopo mi richiesero un impegno più intenso, tentennai, ma quello stesso periodo arrivò la proposta di Mauro Vegni per lavorare in RCS come regolatore, e da lì è nata anche la collaborazione con Cassani come vice CT. Dal 2014 collaboro inoltre con la Federazione, prima nel consiglio tecnico e poi come commissario tecnico della nazionale femminile di ciclismo su strada. Ho staccato dal ciclismo attivo, ma sono sempre rimasto in sella!
Cosa pensi del ciclismo di oggi? C’è qualcosa che andrebbe recuperato dal passato?
Molti dicono che il ciclismo di oggi è spento. Non è vero. È cambiato, e bisogna lavorare di più sui giovani, magari prendendo esempio dai modelli inglesi e statunitensi, soprattutto sul fronte scolastico. Un problema serio resta la sicurezza stradale: i genitori hanno paura a mandare i figli in bici per strada, ed è comprensibile.
Hai un consiglio per i giovani?
Prima voglio dare un consiglio ai “vecchi”. Ai miei tempi il direttore sportivo era un faro e i ragazzi dipendevano moltissimo da tale figura. Oggi invece i giovani sono molto preparati, il che rende il lavoro dei dirigenti ancora più complicato. Bisogna studiare continuamente e saper parlare il loro linguaggio.
Ai ragazzi voglio invece dire di dare più peso al lato umano. Prima, dopo le gare, ci si trovava tra squadre, si rideva e si scherzava. Oggi molti atleti sono più schivi, focalizzati solo sulla loro preparazione. Si perdono i rapporti umani, sia con i compagni che con gli avversari. Eppure è proprio il confronto che aiuta ad ampliare le conoscenze. Parlare fa bene. Sempre.
Scopri la Coppa Italia delle Regioni 2025
Giovedì 27 febbraio e mercoledì 2 aprile si è svolta rispettivamente nella Sala della Regina alla Camera dei deputati e a Bruxelles, presso l’Atrium del Comitato europeo delle Regioni, la Cerimonia di presentazione Coppa Italia delle Regioni 2025. Il 19 novembre, a Palazzo Rospigliosi a Roma, la Cerimonia di premiazione della Coppa Italia delle Regioni Uomini e Donne.
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