TOUR DE FRANCE 25: QUEI NUMERI DA CAMBIARE
È iniziata la Grande Boucle. Per gli italiani, già pochi, purtroppo con il ritiro di Ganna. Ma i margini per invertire la rotta ci sono

È iniziato male per gli italiani un Tour de France dove il tricolore nostro non è che sia già facile da scorgere in gruppo. Il ritiro di Filippo Ganna, tra l’altro uno dei più attesi, dopo un centinaio di chilometri con caduta e inseguimento al gruppo (riuscito, ma poi reso vano dai dolori che la caduta aveva lasciato), riduce ancor di più la già esigua pattuglia dei nostri alla corsa francese. Il traguardo della prima tappa di Lilla lo hanno tagliato in dieci. Jonathan Milan non esattamente nella posizione in cui sperava, il compagno alla Lidl Trek Simone Consonni, Edoardo Affini della Visma Lease a Bike di Vingegaard, Gianni Moscon, compagno alla Red Bull Bora Hansgrohe di Roglic, Mattia Cattaneo, nella Soudal Quick Step di Evenepoel, Vincenzo Albanese della Education Easypost, Alberto Dainese e Matteo Trentin (quinto nella frazione inaugurale) della Tudor, Simone Velasco e Davide Ballerini della Xds Astana.
Undici (con Ganna) su 184 al via: solo tre in più rispetto al 2024 (dove, tra l’altro, amara ironia della sorte, un altro italiano, Michele Gazzoli, si ritirò durante la prima tappa), confermando un trend, figlio prima di tutto, evidentemente, della mancanza di team italiani di prima fascia e al via della corsa più importante del pianeta. Nel 2023 erano stati ancora meno: sette. Record negativi in bilico, dunque, con corsi e ricorsi storici che in fatto di partecipazioni numericamente limitate riportano al 1983 e a sei ciclisti azzurri (ma su 149 in gara) presenti. Tutti nella Metauro Pinarello del capitano Van Impe, ma soprattutto di quel Riccardo Magrini, oggi re delle telecronache, che in quell’anno al Tour si impose nella settima frazione. Certo, si dirà che nel 1980 e 1981 l’Italia riuscì a fare peggio, e non si sa neanche bene perché, con zero partecipazioni, per un dato, consegnato agli almanacchi, mostruosamente infelice, oltretutto nell’epoca di Moser e Saronni.
I numeri “italiani” di questa Grande Boucle, la 112, da qualsiasi parte li si guardi non sono un bel vedere, rendendo sempre più lontani i tempi in cui i nostri corridori “invadevano” letteralmente l’elenco iscritti della corsa: succedeva negli anni Novanta con pattuglie di sessanta e più. Correvano Bugno, Chiappucci, Cipollini e avevamo più squadre nostre di quelle che potevano contare i francesi.
A snocciolare dati, statistiche e tappe c’è il rischio del mal testa perché la corsa in Francia è partita con un digiuno nostro in quanto a vittorie parziali di 106, dal Nibali di Val Thorens del 2019. Quasi un’epoca fa, o almeno mezza, se si considera che il siciliano si è ritirato ormai da due stagioni e mezza.
Da qui a Parigi vien da sperare possa migliorare qualcosa: e se gli italiani in gruppo possono solo diminuire (Ganna purtroppo insegna), invece, i margini perché si torni a sorridere ci sono. Perché Milan, seppur a digiuno fino ad ora nei grandi traguardi prefissati su strada, un colpo lo può dare, eccome. Perché Albanese, Velasco, Ballerini e Trentin rispondono perfettamente alle caratteristiche del corridore da vittoria parziale al Tour in quelle frazioni dal canovaccio scritto di una fuga numerosa, ma non troppo, che si gioca il successo allo sprint. Anche Moscon, se le incombenze di squadre non lo opprimeranno, potrebbe rientrare nel mazzo degli outsider di giornata. Consonni e Affini, per ragioni diverse, ma sempre di gregariato, sembrano, invece, poter dare e dire tanto ma per una eventuale vittoria di un compagno (parziale o generale).
Concetto simile anche per Cattaneo, cui però potrebbe presentarsi una prospettiva diversa se il suo leader Remco non dovesse tenere il passo del duo extraterrestre Pogacar-Vingegaard: a quel punto non ci sarebbe di che stupirsi di trovare il bergamasco in fuga proprio con Evenepoel in qualche tappa. Alberto Dainese, invece, avrà le volate: è vero, sulla carta, ha qualcosa meno dei tre o quattro fulmini allo sprint di questa corsa francese, ma il ragazzo è scaltro: per lui che ha già vinto tappe al Giro e alla Vuelta, imporsi su un traguardo del Tour vorrebbe dire rientrare nell’elitaria cerchia di chi è stato capace di ottenere successi in tutte e tre le grandi corse a tappe. Da libro delle statistiche, quello che per gli italiani al Tour ha terribilmente bisogno di una rinfrescata. Non per vincere il caldo di questi giorni, ma dei numeri troppo bruttini per continuare a essere del ciclismo italiano.
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