STEFANO FELTRIN: DEFISCALIZZAZIONE DEI COSTI AZIENDALI E VIVAI PER UN RILANCIO INTERNAZIONALE
Una lunga esperienza nel ciclismo professionistico ed una visione internazionale per l'avvocato romano specializzato in diritto commerciale e negli ambiti dello sport e dello spettacolo.

ROMA – Stefano Feltrin è un avvocato specializzato in diritto commerciale e negli ambiti dello sport e dello spettacolo. Per tanti anni ha fatto parte del direttivo della
Lega del Ciclismo Professionistico, prima di farvi ritorno nell’aprile 2024. In passato ha maturato diverse esperienze all’interno dei team, dapprima Continental, poi
Professional e World Tour, con le formazioni Tinkoff, Katusha e Saxo-Tinkoff. Rivolgiamo anche a lui le domande riservate ai colleghi Consiglieri.
1. Qual è stato il motivo principale che l’ha spinta ad accettare questo incarico all’interno della Lega del Ciclismo Professionistico?
Diciamo che ritengo il mio lavoro la continuazione di quanto svolto in precedenza, dal 2010, poi interrotto dal Commissariamento. Mi è stato chiesto di dare il mio
contributo e l’ho fatto con piacere. Sono sempre stato consigliere di Lega ed avevamo ottenuto risultati importanti: si era creata la vecchia Coppa Italia e siglato
il contratto collettivo per i diritti TV. Insomma, si poteva riprendere a lavorare per il ciclismo.
2. Quali crede siano le principali sfide da affrontare oggi per far crescere il ciclismo professionistico italiano?
Il nostro movimento deve sapersi evolvere assieme a quello internazionale. Per questa ragione, pensare alla sola Italia non ha senso. Per farlo crescere, si deve
progredire tenendo presenti le dinamiche mondiali. Ci sono tanti aspetti su cui lavorare. Bisogna cambiare le modalità del racconto e saper coinvolgere partner e
territori. Vi è un’evoluzione in corso e dobbiamo saperla gestire.
3. Quanto è importante, secondo lei, il lavoro di squadra all’interno del Consiglio della Lega? E come giudica il lavoro svolto dal Presidente Pella fin qui?
Il gruppo è fondamentale. Le diverse sensibilità portate a sistema consentono di abbracciare una realtà variegata come quella del ciclismo professionistico. Il
presidente Pella ha poi raggiunto i risultati prefissati in maniera eclatante. Ora è il momento di trasformarli in un’azione di crescita concreta, e la diversità del
Consiglio consente di fare sintesi su tutte le varie componenti.
4. C’è un progetto o un’area specifica su cui si sente particolarmente motivato a lavorare?
Sicuramente lo sviluppo commerciale, nell’ottica del sistema, senza prevaricare l’ambito di competenza di organizzatori e squadre. La Lega è un moltiplicatore di
opportunità, senza ostacolare i singoli. Sento che l’area di sviluppo internazionale possa essere quella a me più affine.
5. Come immagina il ciclismo italiano tra tre anni, alla fine di questo mandato?
Lo vedo più forte grazie all’organizzazione accentrata di un calendario importante. Mi auguro di vedere una crescita dei team italiani affiliati. Poi ci vorrebbero altre
azioni, più ampie, che valgano per tutti gli sport internazionali. Guardo ad altre nazioni che hanno promosso misure come la defiscalizzazione dei costi aziendali
che gravano sulle squadre. In particolare, quelli italiani sono maggiori rispetto ai Paesi del Nord Europa, alla Spagna, ecc. Ad esempio, nel mio passato, quando
abbiamo rilevato la Tinkoff – che era di gestione danese – i costi di gestione erano più bassi rispetto all’Italia. Se non sei competitivo in un contesto internazionale, non puoi competere ad armi pari.
6. Un messaggio o un augurio che vuole condividere con i colleghi consiglieri e con tutti gli appassionati di ciclismo?
Vorrei vedere una gara in ogni regione italiana nei prossimi anni e un aumento del numero dei team. Sarebbe l’unico vero indice di una crescita del movimento.
L’altra cosa importante da fare è trovare il modo per la Lega di occuparsi delle squadre giovanili prossime al professionismo, perché si è persa questa importante
area in cui eravamo primi. La mancanza di vivai rende difficile il reperimento dei talenti. Non parlo dei giovanissimi, ma dell’ultimo livello della filiera, come U23 e
Junior, per garantire una continuità di programmazione. Il sistema Italia deve essere competitivo.
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