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Spazio redazionale

GIANNI FARESIN: IL GREGARIO CHE SAPEVA DIVENTARE CAMPIONE

Pietro Illarietti

09/07/2025

Oltre al Campionato Italiano il veneto ha saputo vincere il Giro di Lombardia

Nato a Marostica il 16 luglio 1965, Gianni Faresin è stato uno dei corridori italiani più affidabili tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del Duemila. Professionista dal 1988 al 2004, ha costruito una carriera solida, fatta di sacrificio, intelligenza tattica e successi importanti, tra cui spiccano la vittoria al Giro di Lombardia nel 1995 e il titolo di Campione Italiano nel 1997.

Passista-scalatore generoso, ha saputo emergere soprattutto nelle corse di un giorno: tre edizioni del GP Industria e Artigianato, una del GP Città di Camaiore, oltre a dieci convocazioni ai Mondiali su dodici chiamate in azzurro, quasi sempre nel ruolo prezioso di “regista in corsa”.

Ma Faresin è anche uno di quei rari uomini capaci di vivere due epoche del ciclismo: prima protagonista in sella, nell’epoca delle corse epiche e dure, poi guida tecnica e umana per le nuove generazioni, cresciute tra tecnologia e nuovi metodi di allenamento. Dopo il ritiro ha iniziato il percorso da direttore sportivo con la Gerolsteiner, per poi guidare dal 2007 al 2019 la Zalf-Euromobil-Désirée-Fior, una delle più prestigiose squadre dilettantistiche italiane. Dopo una parentesi al team Casillo-Petroli Firenze-Hopplà, è tornato alla Zalf nel 2021, continuando con passione a formare giovani talenti.

Un uomo di fatica, lucidità e valori, capace di ispirare dentro e fuori dal gruppo, testimone diretto dell’evoluzione del ciclismo e custode di ciò che lo rende ancora oggi uno sport straordinario.

Hai seguito le attività della Lega Ciclismo negli ultimi mesi? Che idea ti sei fatto del lavoro che sta portando avanti per valorizzare il ciclismo italiano?

Ho seguito un po’ sui vari social e siti. Mi sembra che ci sia stato un deciso cambio di marcia. Ho conosciuto il presidente Pella durante un incontro: mi ha dato l’impressione di una persona capace, ma soprattutto con tanta passione per il ciclismo e tanta voglia di fare. Ha realizzato tutto quello che aveva promesso di fare e ciò mi ha fatto molto piacere perché era un secolo che nel nostro sport non si vedevano queste cose.

Partiamo da un ricordo forte: qual è il momento più significativo della tua carriera da professionista?

Possono essere due i momenti che per me hanno lo stesso valore: la gioia di vincere il Giro di Lombardia, che non avrei mai scommesso di vincere, e la vittoria al Campionato Italiano, che ho inseguito per anni e a cui tenevo tantissimo. Per me sono equivalenti, ma portare la maglia tricolore per un anno è stato un onore enorme.

Cosa significa per te aver indossato la maglia di campione italiano? La senti ancora “tua”?

Portarla ti riempie di orgoglio perché rappresenti il ciclismo italiano nel mondo. Ho fatto la Vuelta e il Giro con il tricolore, indossarlo ti dà più convinzione e consapevolezza di essere riuscito a fare qualcosa di importante nella vita. Essere il simbolo del ciclismo italiano, soprattutto in quegli anni in cui il nostro ciclismo era davvero di alto livello, è stata una grande soddisfazione. Ho vinto contro atleti, come Pantani, che erano molto più forti di me, ma che, almeno in quel frangente dei campionati italiani, grazie alle mie qualità, sono riuscito a battere.

C’è una corsa o un rivale che ha segnato in modo particolare la tua carriera?

La mia carriera ha cominciato a cambiare quando ho ottenuto la mia prima vittoria a Larciano. Ai miei tempi c’era da soffrire: le corse erano tutte sopra i 200 km e non fu facile imporsi. Quell’anno andai bene anche al Giro e a Camaiore. Quei risultati hanno dato una bella spinta alla mia carriera. La mia specialità erano le classiche estive poiché al Giro riuscivo a trovare la spinta giusta per poi proseguire bene nel resto della stagione, fino ai Campionati Italiani e alle altre gare dei periodi più caldi.

Come hai vissuto il passaggio dalla vita da atleta a quella post-carriera? È stato difficile?

Non è stato difficile. Quando ho smesso non ero così convinto di voler fare il DS, soprattutto per una questione di impegno e tempo. Però, dopo tre anni a seguire la Gerolsteiner, sono stato chiamato per altri incarichi e da lì è iniziato tutto. Andare in bici con i ragazzi mi divertiva e forse anche per questo ho sentito poco lo scotto del passaggio da atleta a direttore, infatti fino al 2015 durante gli allenamenti ero sempre in sella con loro. Non ho avuto rimpianti, ed è quello che cerco di trasmettere: dico sempre ai ragazzi che devono essere a posto con la coscienza e non fare le cose di fretta.

Cosa pensi del ciclismo di oggi? C’è qualcosa che secondo te andrebbe recuperato dal passato?

Sicuramente è spettacolare, c’è molta imprevedibilità perché si attacca da lontano: cose che ai miei tempi erano impensabili, anche a causa dei grandi chilometraggi delle corse. Quello che condivido meno è il fatto che tanti giovani vengano buttati subito nella mischia: non tutti vanno forte e bisognerà vedere quanti ne avremo “bruciati” tra qualche anno. È vero che oggi gli atleti hanno più dati e riescono a gestire meglio gli allenamenti, ma il fisico è uno solo e spingere tanto subito è un rischio se non si è pronti. Soprattutto noi italiani non siamo al livello degli stranieri e con la fretta che c’è oggi rischiamo di perdere ragazzi che magari maturerebbero più tardi negli anni.

Hai un consiglio per i giovani che sognano di diventare professionisti?

Non è facile fare il professionista oggi per come è impostato il ciclismo. È difficile emergere se non entri a far parte di una grande squadra e, anche se ci riesci, c’è molta concorrenza anche all’interno. I sacrifici iniziano già da giovanissimi e spesso ci si ritrova relegati a ruoli secondari. Il consiglio è quello di avere una crescita adeguata e graduale, ma non è semplice: se rimani fuori dal giro anche solo un anno, poi è difficile rientrare

Il ciclismo è ancora parte della tua quotidianità?

Adesso ho più tempo e le mie due orette in bici le faccio sempre volentieri. Negli ultimi anni andavo meno perché in squadra eravamo pochi e c’era tanto da fare, ma appena posso pedalo ancora con piacere.

 

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