GIANNI BUGNO: INDURAIN IL CAMPIONE PIU’ FORTE, IL TRICOLORE? UN SIMBOLO FORTISSIMO
Il campione monzese, maglia rosa per 21 tappe nel 1990,

MONZA: All’inizio degli anni ’90 il dominio era spesso rappresentato da figure carismatiche, aziende o linguaggi che influenzavano con la loro visione il mondo intero: Jordan nei campi da basket, Gates nei computer, Hollywood nello spettacolo e Senna nella velocità. Nel ciclismo internazionale, chi imponeva il suo dominio era certamente Gianni Bugno: due Mondiali vinti consecutivamente, un Giro d’Italia dominato dall’inizio alla fine, la Milano Sanremo e molto altro. Campione in sella e uomo di equilibrio fuori dalle corse, l’ex ciclista lombardo ha vissuto il professionismo in uno dei suoi periodi più intensi, duellando con giganti come Miguel Indurain e portando con orgoglio la maglia tricolore sulle strade di tutto il mondo.
Oggi continua a dare il suo contributo al movimento ciclistico, mettendo a disposizione la propria esperienza come presidente della Commissione Tecnica della Lega Ciclismo Professionistico. In questa intervista, tra ricordi e riflessioni, racconta l’importanza del supporto ai giovani, la fatica del ritiro ma soprattutto la bellezza di rappresentare l’Italia.
Hai seguito le attività della Lega Ciclismo negli ultimi mesi? Che idea ti sei fatto del lavoro che sta portando avanti per valorizzare il ciclismo italiano e chi lo ha reso grande?
Sì, la conosco bene essendone parte come Presidente della Commissione Tecnica. Penso che tutti noi stiamo cercando di fare un buon lavoro, in particolare il Presidente Roberto Pella. Sta lavorando davvero, con passione e continuità, crede fermamente nel progetto e si muove con l’entusiasmo e l’energia di un torrente in piena. È una persona presente, concreta, e questa è forse la qualità più importante: esserci sempre, metterci la faccia, partecipare attivamente. E lui lo fa, in ogni occasione. Lo apprezzo molto per questo.
Partiamo da un ricordo forte: qual è il momento più significativo della tua carriera da professionista?
Ce ne sono tanti, ogni momento ha avuto una sua importanza. Però se dovessi sceglierne uno direi che l’inizio della carriera da professionista è stato davvero speciale. Passare tra i grandi è un passo importante e ti cambia tutto. Poi io considero come significativa ogni sconfitta perché, per quanto possa sembrare dolorosa, ti insegna più delle vittorie facendoti crescere e capire chi sei e cosa puoi migliorare. In questo sport si impara sempre, soprattutto nei giorni difficili.
Cosa significa per te aver indossato la maglia di campione italiano? La senti ancora “tua”?
La maglia di Campione d’Italia è un simbolo fortissimo. Indossarla è un onore, ma anche una grande responsabilità. Rappresenti un’intera nazione e porti in giro per il mondo i colori dell’Italia. È una maglia che va rispettata e onorata ogni giorno, in ogni corsa. Personalmente, ho sempre provato un’enorme soddisfazione nel gareggiare con il tricolore addosso. Ti riconoscono ovunque, ti identificano subito come italiano, e questo ti dà forza, orgoglio, motivazione.
C’è una corsa o un rivale che ha segnato in modo particolare la tua carriera?
Senza dubbio Miguel Indurain. È stato uno dei grandi rivali della mia epoca, e credo che rappresenti al meglio quel periodo del ciclismo. Affrontarlo era sempre complicato, soprattutto nelle cronometro, che ai tempi erano molto più lunghe e quindi più adatte a lui. Ma proprio per questo, batterlo, anche solo in alcune occasioni, era una soddisfazione enorme. Con lui c’era sempre una grande competizione, ma anche un profondo rispetto reciproco.
Come hai vissuto il passaggio dalla vita da atleta a quella post-carriera? È stato difficile?
È stato un passaggio difficile, come credo lo sia per molti atleti. Lasciare il ciclismo professionistico non è semplice e spesso ci si trova di fronte a un bivio: o si ha già un’idea chiara del futuro e si resta nell’ambiente, oppure ci si ritrova catapultati in un mondo completamente nuovo, dove mancano punti di riferimento.
Per questo oggi credo sia fondamentale aiutare i giovani che stanno per smettere o hanno appena chiuso con l’attività. Il consiglio che posso dare è di iniziare a pensare per tempo a cosa si vuole fare dopo, magari concentrandosi su qualcosa che appassiona davvero.
Oggi in cosa sei impegnato? Il ciclismo è ancora parte della tua quotidianità?
Oggi mi considero un pensionato attivo. Quando posso partecipo volentieri agli eventi, mi fa piacere rimanere vicino al mondo del ciclismo. Inoltre, come ho detto prima, ho l’onore di essere il presidente della Commissione Tecnica della Lega Ciclismo Professionistico. È un ruolo che porto avanti con serietà e dedizione, perché credo che sia importante dare il proprio contributo, soprattutto per far crescere le nuove generazioni e sostenere lo sviluppo del nostro sport.
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