ELISA BALSAMO: PARITA’ DI DIRITTI E DOVERI, ANCHE SE LA DIFFERENZA E’ UN VALORE.
L'ex campionessa del mondo tratta un tema importante come la parità di genere


ANDORRA (SPA) – Elisa Balsamo, Campionessa del mondo su strada nel 2021, è oggi il simbolo di un movimento in forte evoluzione; una voce consapevole, un modello per le nuove generazioni e una testimone diretta dei profondi cambiamenti che hanno attraversato, e stanno ancora attraversando, il ciclismo femminile. Attualmente leader della Coppa Italia delle Regioni 2025 con 87 punti, challenge per cui ha espresso più volte il suo apprezzamento, Elisa si racconta con lucidità e passione, toccando temi centrali come la parità di trattamento tra uomini e donne, la visibilità mediatica, il valore dei modelli femminili nello sport, e la necessità di maggiore sicurezza sulle strade, il tutto senza mai cadere in retorica, con la concretezza di chi vive ogni giorno il ciclismo da protagonista. Attualmente è impegnata in Spagna, ad Andorra, per il training in altura con la Lidl Trek.
Cosa significa per te “parità di genere” nel ciclismo?
In teoria la parità di genere è parità di diritti e parità di doveri. E questa cosa dovrebbe essere traslata nello sport. Secondo me, vi è una mentalità obsoleta, quella che sostiene che per una vera parità allora dovremmo avere pari chilometri di gara, dislivello, pari giorni di corsa con i maschi. Biologicamente i corpi sono diversi. Essere diversi è anche una cosa positiva, da salvaguardare. Da questo punto di vista non saremo mai uguali, ma fortunatamente il mio team è stato il primo ad aprirsi a questo discorso: stesso materiale tecnico per tutti, diritti e doveri. Lo ritengo un esempio e ne sono orgogliosa.
Hai percepito un’evoluzione in questi anni rispetto al trattamento riservato alle atlete rispetto ai colleghi uomini?
Negli ultimi 5-6 anni ho visto cambiamenti pazzeschi e, la generazione precedente alla mia, probabilmente ancor più grandi. È grazie anche a team come Lidl Trek che questi cambiamenti sono possibili.
Qual è oggi, secondo te, il principale ostacolo alla piena parità nel ciclismo?
Uno dei problemi principali è la visibilità. Ma anche qui si stanno facendo passi avanti: più visibilità vuol dire più sponsor, più squadre e opportunità per noi. Ci stiamo evolvendo molto. In TV è così, abbiamo una visibilità crescente. Non lo stesso si può dire per la stampa. All’estero è diverso: rispetto all’Italia c’è più considerazione. Online, invece, vi è molta attenzione. Sappiamo di contare su tantissimi tifosi che ci seguono, segno di interesse verso il movimento.
A livello di ingaggi, premi, visibilità: ti senti riconosciuta in modo equo rispetto ai tuoi colleghi uomini?
Per il mio team è così. Sono parificati i premi.
Come per il progetto di Lega Ciclismo della Coppa Italia delle Regioni?
Esattamente, e la mia squadra credo sia stata la prima a farlo. Ci sono poi tante classiche e gare in genere che hanno equiparato il montepremi.
Cosa pensi dell’introduzione del minimo salariale nel WorldTour femminile? È un traguardo o solo un primo passo?
Indubbiamente è stato un grosso traguardo perché è una grandissima tutela per noi atlete ed un passo importante. È stato anche un primo step di questa evoluzione che ha portato alla crescita degli stipendi: lo considero un traguardo e un primo passo.
Ti senti un modello per le bambine che si avvicinano al ciclismo? Cosa ti piacerebbe trasmettere loro?
Una delle cose più belle è quando, alle gare o per strada, mi fermano delle persone che mi ammirano e ringraziano perché ho fatto vivere loro delle emozioni. Succede anche alle premiazioni di gare di giovanissimi, e vedere con quali occhi ti guardano… sono gli stessi con cui io guardavo le campionesse della mia epoca. È una responsabilità. Io ammiravo Giorgia Bronzini e Tatiana Guderzo. Mi ricorderò per sempre di un episodio, quando incontrai Maria Giulia Confalonieri che all’epoca era una mia beniamina, e conservo ancora la foto che volli fare con lei. Vinceva le corse in Belgio. Un mito. Poi siamo diventate grandissime amiche.
Quanto conta, secondo te, avere più dirigenti donne o ex atlete nei ruoli decisionali delle squadre e delle istituzioni?
Credo sia importante, ma la mentalità giusta non è tanto la presenza di un uomo o di una donna nei ruoli chiave, ma piuttosto quella della persona più competente in materia. Il problema è che il nostro è uno sport prettamente maschile, quindi nei team e nelle istituzioni vi era questo tipo di approccio, che però pian piano sta cambiando.
Hai mai dovuto lottare contro pregiudizi o stereotipi legati al genere? Se sì, come li hai affrontati?
Il fatto di vedere una donna in bici ha fatto sì che in passato si affrontassero queste tematiche. Altre donne hanno già affrontato e combattuto per noi. Io sono arrivata in un periodo in cui la strada era già spianata, e le cose mi pare stiano andando decisamente meglio rispetto al passato.
Se potessi cambiare una sola cosa nel sistema attuale, quale sarebbe?
La visibilità, come detto prima. Aggiungo poi la sicurezza. In gara abbiamo registrato tanti cambiamenti, anche se io ho avuto un grave incidente in corsa. Non ci sono più certi tipi di ostacoli. Sulle strade, invece, andiamo incontro a rischi alti e gli automobilisti non devono sfiorare i ciclisti. La frustrazione di alcuni, e il fatto che siamo tutti di fretta non aiutano. Serve più rispetto verso di noi, ma si deve anche lavorare per istruire i ciclisti. Noi siamo professionisti e sappiamo cosa facciamo, ma altri non rispettano le regole, vanno allargati lungo la strada. Poi noi professionisti viviamo le conseguenze di questi atteggiamenti.
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Giovedì 27 febbraio e mercoledì 2 aprile si è svolta rispettivamente nella Sala della Regina alla Camera dei deputati e a Bruxelles, presso l’Atrium del Comitato europeo delle Regioni, la Cerimonia di presentazione Coppa Italia delle Regioni 2025. Il 19 novembre, a Palazzo Rospigliosi a Roma, la Cerimonia di premiazione della Coppa Italia delle Regioni Uomini e Donne.
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