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Spazio redazionale

CRISTIAN SALVATO: SERVE UN CAMBIO CULTURALE ED UNO TECNICO

Pietro Illarietti

14/06/2025

Presidente ACCPI

Cristian Salvato, nato il 18 agosto 1971 a Campo San Martino (Padova), è una delle figure istituzionali di riferimento, essendo presidente del Sindacato dei Corridori Professionisti (ACCPI).   Da corridore Salvato è stato campione del mondo a cronometro a squadre per ben tre volte, una tra gli juniores e due tra i dilettanti.  Si definisce un “folle amante del ciclismo”, una passione che continua a guidare il suo impegno a favore degli atleti e del movimento. Ora è parte del direttivo di Lega e anche lui rivolgiamo le domande che in questi giorni sono rivolte ai consiglieri.

Qual è stato il motivo principale che l’ha spinta ad accettare questo incarico all’interno della Lega del Ciclismo Professionistico?
Prima di tutto, con l’avvento del Presidente Pella si è respirato subito un forte vento di cambiamento, freschezza e voglia di fare. Il suo entusiasmo e la sua capacità di coinvolgere tutti hanno dato un grande slancio alla Lega. Essere stato chiamato a rappresentare i corridori all’interno del nuovo Consiglio è per me motivo di orgoglio, un onore ma anche una grande responsabilità. Spero davvero che questo possa essere un rinascimento per il ciclismo italiano: si avverte un’aria nuova, come in primavera, un’aria di rinnovamento.

Quali crede siano le principali sfide da affrontare oggi per far crescere il ciclismo professionistico italiano?
Abbiamo un patrimonio enorme da valorizzare, sia in termini di storia che di risorse umane. Nonostante oggi le squadre italiane siano poche, abbiamo ancora un numero molto rilevante di corridori nel World Tour, circa 60, numero che sale a 120 se consideriamo anche quelli del circuito Pro. Non dimentichiamo nemmeno il ciclismo femminile, per il quale ACCPI ha fortemente voluto una presenza concreta all’interno dell’associazione, anche perché ci sono circa 75 atlete italiane di alto livello per quanto riguarda il World Tour.
Ultime ma non ultime le nostre corse: un tesoro storico e tecnico invidiato in tutto il mondo. I gruppi sportivi italiani, come quelli storici di Reverberi e altri, rappresentano un modello da salvaguardare e potenziare.

Quanto è importante, secondo lei, il lavoro di squadra all’interno del Consiglio della Lega? E come giudica il lavoro svolto dal Presidente Pella fin qui?
Il lavoro di squadra è fondamentale. Da soli si può arrivare fino a un certo punto, ma è con il gruppo che si vincono le sfide, proprio come nel ciclismo: uno sport individuale ma profondamente di squadra.
All’interno del Consiglio abbiamo un mix eccezionale di competenze tecniche, legali, politiche e manageriali ed è proprio questo insieme di visoni che potrà aiutarci a toccare ogni aspetto senza tralasciare niente. 

Il Presidente Pella ha saputo mantenere le promesse fatte, con grande forza e determinazione. Sta portando avanti tanti progetti con un’energia encomiabile. Il suo arrivo ha segnato un vero cambio di marcia. Serve unità, non gelosie: l’unico obiettivo dev’essere il bene del ciclismo.

C’è un progetto o un’area specifica su cui si sente particolarmente motivato a lavorare?
Sì, da anni porto avanti un impegno costante sul tema della sicurezza, che non riguarda solo i corridori ma anche tutto il contesto della gara: moto, auto, volontari. È fondamentale tutelare queste persone, che svolgono un lavoro enorme e spesso invisibile.
Le nostre strade sono molto cambiate dagli anni ’90: oggi l’arredo urbano è pensato per le auto, non per le biciclette. Servono due cambi di marcia: uno culturale e uno tecnico. Ho guardato all’esempio del motociclismo: anche lì si correva in città, ma dopo troppi incidenti si è scelto di passare ai circuiti. Anche il ciclismo, senza snaturarsi, può trovare soluzioni moderne e sicure.
Penso al Mondiale a circuito, che è spettacolare, e ad esempi italiani come il Gran Premio Cimurri di Reggio Emilia, che ha offerto un tracciato sicuro senza perdere il fascino della corsa. Dobbiamo sederci attorno a un tavolo e trovare soluzioni condivise. Il ciclismo cambia di anno in anno: per sopravvivere, dobbiamo essere pronti ad evolverci.

Quale ritiene sia una norma indispensabile da introdurre?
Come ACCPI, abbiamo proposto nuove barriere di sicurezza. Quelle attuali, in molte corse, sono obsolete e vanno aggiornate seriamente. È da lì che bisogna partire: se dobbiamo investire dei soldi è giusto che al primo posto ci sia la salute.

Come immagina il ciclismo italiano tra tre anni, alla fine di questo mandato?
Lo immagino come un movimento rinvigorito, rinato. Se tutte le parti collaboreranno, potremo restituire forza e attrattiva alle nostre corse storiche, valorizzare il nostro patrimonio e – perché no – puntare finalmente ad avere una squadra italiana nel World Tour. Sarebbe un segnale importantissimo per tutto il sistema.

Un messaggio o un augurio che vuole condividere con i colleghi consiglieri e con tutti gli appassionati di ciclismo?
Mi auguro che tutti possiamo metterci un po’ di grinta in più, come in un finale di corsa. Se ciascuno di noi aggiunge il proprio tassello, che sia nel Consiglio, nel volontariato, nella formazione o nelle scuole, allora davvero possiamo fare la differenza. Uniti si vince.

 

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