ANDREA PERON, DALLA GIOIA DEL TOUR ALLE SFIDE CON NARDELLO. IL TRICOLORE? INSEGUITO CON TENACIA
Campione italian e grande cronoman degli anni 2000

LUGANO (SVI): Da sempre nel mondo del ciclismo esiste la categoria degli “scalatori”, ovvero atleti particolarmente dotati per gare o tratti di corsa in salita. Scalatore lo è oggi Andrea Peron, non sui pedali però, ma sulle alture delle Alpi svizzere nelle quali vive, anche perché in sella alla bici ha sempre preferito sfidare il tempo piuttosto che la natura. Natura socievole, invece, la sua che lo ha portato nel corso della sua carriera a trovare sempre la forza nel lavoro di squadra e nello spirito del gruppo. In questa intervista, Peron ci accompagna tra ricordi personali, riflessioni sul presente e uno sguardo lucido sul futuro del ciclismo italiano con la sua ironia ed onestà.
Hai seguito le attività della Lega Ciclismo negli ultimi mesi? Che idea ti sei fatto del lavoro che sta portando avanti per valorizzare il ciclismo italiano e chi lo ha reso grande?”
Non direttamente, però me ne hanno parlato ed ho letto alcune cose. Mi sembra che ci sia la volontà di dare una spinta al movimento in tutte le sue parti. Mi ricordo che ai miei tempi le istituzioni non erano molto presenti, quindi mi fa davvero piacere che adesso si stia cercando di riprendere tutto in mano. In particolare, la questione dei montepremi delle gare femminili equiparato a quelle maschili credo sia ottima, anche perché il ciclismo femminile ha bisogno di rilancio, così come le atlete.
Partiamo da un ricordo forte: qual è il momento più significativo della tua carriera da professionista?
Sicuramente il momento più bello è stato quando sono salito sul podio del Tour de France, non come individuale ma con la squadra: nel 2003, con la CSC vincemmo la classifica a squadre. Per me il Tour è sempre stata la gara che ho avuto più a cuore. Ne ho corse tante, tutte entusiasmanti, ma finire sui Campi Elisi e salire su quel podio come squadra, proprio per quello che significa il concetto di gruppo, lo ha reso uno dei ricordi più belli della mia carriera.
Come hai vissuto il passaggio dalla vita da atleta a quella post-carriera? È stato difficile?
Mi è andata bene. Quando ho deciso di smettere, non è stato per colpa di infortuni o per un calo di rendimento, ma perché avevo esaurito le motivazioni profonde che mi spingevano a fare la vita da atleta: viaggiare, affrontare lo stress delle competizioni, gli allenamenti. A metà stagione avevo già deciso di smettere, quindi ho vissuto le ultime gare con grande consapevolezza e piacere. Dopo il ritiro, ho iniziato a lavorare in RCS nel comitato tecnico del Giro e nella parte PR con gli sponsor. Sono rimasto comunque legato all’ambiente, e l’ambito organizzativo mi ha sempre appassionato.
Oggi in cosa sei impegnato? Il ciclismo è ancora parte della tua quotidianità?
Ad oggi ho cambiato un po’ l’ambito di lavoro in quanto mi occupo di sport da montagna, anche perché sono una grande appassionato di outdoor e scalata. Vado ovviamente sempre in bici ma mi definisco un “ciclista della domenica soleggiata”. Qualche pedalata lo faccio molto volentieri un po’ perché il ciclismo è stato per tanti anni la mia vita ed è per me ancora molto appassionante, ed anche perché è un ottimo modo per mantenersi in forma.
C’è una corsa o un rivale che ha segnato in modo particolare la tua carriera?
Sì, ti direi, scherzando, Daniele Nardello. Ci sono stati un paio d’anni in cui gli arrivavo sempre dietro per un soffio. La buttavamo sul ridere, proprio perché succedeva spesso e la cosa era diventata quasi ironica. Come atleta era più veloce e completo di me, quindi quando eravamo in fuga vinceva spesso lui. Alla Vuelta, ai Mondiali, in Svizzera… mi è sempre stato davanti in quel periodo.
Cosa significa per te aver indossato la maglia di campione italiano? La senti ancora “tua”?
Senza dubbio l’ho sentita, e la sento ancora, mia. Ai campionati italiani sono arrivato spesso secondo, quindi quando alla terza o quarta occasione sono riuscito a vincere, è stato davvero bello. In quegli anni la crono non era molto considerata, anche perché c’erano poche gare e pochi specialisti e gli Italiani erano quindi la gara più importante per noi. Sono contento che oggi la cronometro abbia preso un ruolo più centrale nelle classifiche delle grandi corse.
Cosa pensi del ciclismo di oggi? C’è qualcosa che secondo te andrebbe recuperato dal passato?
Vedo il ciclismo di oggi migliore rispetto a quello del mio tempo. Gli atleti sono seguiti in modo più attento e scientifico. È difficile fare paragoni, anche perché prima degli anni Duemila il ciclismo ha avuto un’evoluzione lineare, mentre negli ultimi anni c’è stata una crescita esponenziale: sono cambiate le gare, le tecnologie ed in generale l’approccio alla disciplina.
Una cosa che però un po’ manca è il dialogo. Ai miei tempi c’era molto più cameratismo: era bello ritrovarsi tra compagni e amici, condividere momenti, confrontarsi, ridere insieme. Oggi invece tutto è molto più personalizzato e spesso si tende all’isolamento.
Hai un consiglio per i giovani che sognano di diventare professionisti?
Di approcciarsi al ciclismo con amore e divertimento, perché è proprio quello che, alla fine, ti porta al successo.
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