TAPPA SVIZZERA DAL SAPORE TUTTO ITALIANO
A Carì nel Canton Ticino

Quattro arrivi in salita, quattro vittorie in solitaria e ora anche quattro minuti di vantaggio in classifica. È la legge del più forte imposta da Jonas Vingegaard in questo Giro d’Italia: anche nello sconfinamento in Svizzera il fenomeno danese ha riproposto lo stesso copione già visto al Blockhaus, al Corno alle Scale e a Pila. Siamo a Bellinzona, città del Canton Ticino celebre per il suo straordinario complesso fortificato medievale, dichiarato nel 2000 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Tre castelli dominano la città e rappresentano un unicum nell’architettura militare alpina medievale: Castelgrande (il più antico, situato al centro), Montebello e Sasso Corbaro (il più alto). Per secoli Bellinzona ha controllato l’accesso ai valichi alpini (come il San Gottardo) e le rotte commerciali tra l’Italia e l’Europa centrale, essendo a lungo contesa tra i duchi di Milano e la Confederazione Svizzera.
Per il Ducato di Milano, possedere Bellinzona significava proteggere i confini settentrionali e dominare i transiti doganali. Per gli Svizzeri (in particolare i cantoni di Uri e Obvaldo), assicurarsi il versante meridionale dei monti era vitale per garantire la sicurezza delle proprie popolazioni e ottenere uno sbocco economico verso sud. Dopo che i Confederati ebbero acquistato il borgo nel 1419, il duca Filippo Maria Visconti ne pretese la restituzione. Al rifiuto svizzero, il duca inviò il condottiero Francesco Bussone (il Carmagnola) che, con la famosa battaglia di Arbedo del 1422, sconfisse gli Svizzeri e riprese Bellinzona. La disputa si concluse tra il 1499 e il 1500 quando, durante le guerre d’Italia, le truppe confederate approfittarono della debolezza del Ducato di Milano occupando definitivamente Bellinzona; il dominio svizzero fu poi sancito ufficialmente nel 1512 dal re di Francia Luigi XII, ponendo fine all’influenza milanese sulla regione.
Se dobbiamo parlare di domini e dominatori, con la tappa del Giro d’Italia da Bellinzona all’arrivo in cima a Carì il paragone ricade ovviamente su Vingegaard, capace ancora una volta di schiacciare con netta superiorità tutti i suoi avversari. Non è certo un condottiero medievale, ma il suo “esercito” — la Visma — gli ha prima dato poderoso supporto e poi lo ha lasciato solo in salita fino al traguardo, permettendogli di mettere il suo sigillo sul Giro d’Italia.
Carì è un arrivo inedito per la corsa ma non per altre attività sportive elvetiche. Si tratta di una rinomata località turistica e stazione sciistica del Canton Ticino, situata a 1.650 m s.l.m. sopra Faido (Valle Leventina). È famosa per l’affaccio sulla Leventina, una delle zone più soleggiate e panoramiche delle Alpi ticinesi. D’inverno Carì offre oltre 20 km di piste da sci, ideali per sciatori di tutti i livelli, ed è celebre per essere un comprensorio a misura di famiglia, con ampia offerta di percorsi per slittino e ciaspole. D’estate si trasforma in un’oasi verde, perfetta per trekking, mountain bike e pesca nel vicino laghetto alpino.
Da ieri, anche il grande ciclismo a Carì ha scritto la sua pagina di storia grazie a Vingegaard. È stata una tappa di ciclismo “contemporaneo”, meno epica per i chilometri ma più intensa nell’epilogo. È un arrivo in salita che non ha ancora la mitologia dei grandi nomi alpini italiani, ma ha le carte in regola per entrare nell’albo delle grandi montagne del ciclismo e del Giro, nonostante fosse già noto al Tour de Suisse. Sia chiaro: qui il dominio è svizzero, sancito ufficialmente nel 1512 dal re di Francia Luigi XII, che pose fine all’influenza milanese sul territorio. Ma la Bellinzona–Carì sarà indiscutibilmente la tappa del Giro d’Italia 2026, e la maglia rosa sembra sempre più nelle mani di un danese.
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