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Ciclismo

DA PAESTUM A NAPOLI UN VIAGGIO NELLA STORIA

VIRGILIO ROSSI

15/05/2026

una tappa ricca di spunti non solo sportivi

Paestum, l’antica Poseidonia fondata dai Greci nel VI secolo a.C., si prende quasi tutta la scena iniziale della sesta tappa del Giro d’Italia. Le maglie dei team presenti alla Corsa Rosa sfilano al villaggio di partenza e davanti a loro c’è il sito archeologico, patrimonio UNESCO, famoso per ospitare tre dei templi dorici meglio conservati al mondo. Siamo alle porte del Cilento e il parco archeologico in questione è appunto quello di Paestum: dapprima Poseidonia perché fondata da Greci provenienti da Sibari intorno al 600 a.C.; la città fu dedicata a Poseidone (Nettuno), il dio del mare, da cui il nome originario. Intorno al 400–420 a.C. la città fu conquistata dai Lucani, una popolazione italica, che la latinizzarono trasformandone il nome in Paistos. Nel 273 a.C., con l’arrivo dei Romani e l’istituzione di una colonia di diritto latino, il nome divenne definitivamente Paestum.

È un’immersione visiva nella Magna Grecia per la maestosità dei templi di Hera, Nettuno e Atena, affiancati dal sito archeologico e dal museo. Qui è conservata la famosa “Tomba del Tuffatore”, uno dei simboli del sito tra i meglio conservati al mondo. A tuffarsi nella sesta tappa del Giro d’Italia sono però i 169 corridori in gara, che devono affrontare il tracciato della breve frazione tutta campana: la corsa presenta solo la leggera salita che da Vietri sul Mare porta al GPM di Cava de’ Tirreni. Paestum, la litoranea e Salerno con il suo lungomare sono alle spalle del gruppo: in testa c’è un’azione che ben presto svanirà per lasciare spazio a una volata generale.

Ma anche questa volta ecco l’ennesimo scroscio d’acqua e l’ennesima caduta in testa: a poche centinaia di metri vanno giù parte dei velocisti, compreso Jonathan Milan, rimasto fuori dai giochi. Ad imporsi è Davide Ballerini (Astana), quasi 32enne, ed è lui il primo italiano in questa edizione della Corsa a vincere una tappa, mentre il portoghese Afonso Eulalio resta in maglia rosa.

Siamo in Piazza del Plebiscito, nel cuore della città partenopea: luogo simbolo che fonde storia borbonica, architettura neoclassica e leggende popolari, come quella della “bendata”. La tradizione vuole che sia impossibile percorrere bendati i 170 metri tra le due statue equestri — quella di Carlo III (opera di Antonio Canova) e quella di Ferdinando I (opera di Antonio Calì) — che dominano la piazza. La causa sarebbe una presunta maledizione della regina Margherita di Savoia, sebbene la difficoltà sia dovuta tecnicamente alla leggera pendenza e alla pavimentazione irregolare.

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